Che la mente sia con te, golfista

Inghiottita dall’erba cresciuta selvaggia sulla sponda del lago, la pallina non ha nemmeno fatto il suono frusciante che contraddistingue il cattivo tiro. A dire il vero, qualsiasi rumore, eccetto quello sordo del fairway colpito di netto, è un pessimo presagio. Di solito, a quel punto, si odono solo le sommesse imprecazioni del golfista maldestro. Ma la “mia buca 9”, quella del Monteveglio Golf Club, assomiglia più a un esame di vita. Ogni volta ripetuto, anche se superato, perché ogni giro – e quindi ogni colpo – fanno storia a sé. Alla buca 9 del Monteveglio, l’umanità si separa in due grandi gruppi: i coraggiosi, che vanno sempre all’attacco e non si curano se sbaglieranno perché tanto si può sbagliare anche stando prudenti – la citazione è per il grande Arnold Palmer, il più solenne interprete di questa teoria, scomparso domenica scorsa – e i conservatori, capaci di calcolare al meglio l’entità del rischio per compiere la scelta meno pericolosa possibile.

Poi ci sono quelli che cavalcano la propria fiducia, o sfiducia, come me. Provano a sezionarle, a comprenderle e a digerirle. L’intento è quello di fare la scelta migliore in quel momento preciso, il che non significa sia sempre l’idea migliore in assoluto. O che abbia successo. Ma lavorando sulla propria mente, cercando di trovare il punto di equilibrio duraturo, costruito sulle esperienze, sulle emozioni, sui ragionamenti e sulla conoscenza di se stessi, via via si mettono assieme indizi utili al risultato ultimo: quello definitivo.

Cosa c’entra questo con la buca 9? Spieghiamo.

La buca 9 ha un coefficente di difficoltà senza eguali. Un par 4 di circa 300 metri, con il tee rialzato rispetto al campo, un lago a sinistra, un burrone fuori limite a destra, un fairway al centro largo non più di 10/11 metri con cunette e avvallamenti, che va stringendosi. In fondo un leggero dogleg a sinistra apre lo stretto corridoio verso il green in forte salita.

buca9

Il green della buca 9 al golf club Monteveglio (Bologna)

Anche per i golfisti più esperti, la buca 9 rappresenta spesso un caso di studio, tipo la Kobayashi Maru di Star Trek. Tirando un bastone lungo, tipo drive o legno, si controlla meno il colpo e si rischia di finire in acqua a sinistra oppure fuori limite a destra. Solo i migliori possono centrare il green, certamente non gli amatori della domenica. Tirando un più cauto ferro 7, si può far atterrare la pallina nella parte più larga del fairway evitando problemi. Ma ci si tiene un lunghissimo secondo colpo con tutto il lago da volare se si punta al green. La terza opzione, per un handicap alto, è cercare un lay up all’inizio del dogleg come secondo colpo per poi approcciare e giocarla di fatto come un par 5, dicendo addio a un buon punteggio.

Provare a fare il par, rischiando un 9, oppure giocarla in 5 colpi accettando un possibile ma deludente bogey?

E’ questa la domanda che il golfista del Monteveglio sa di custodire in fondo al suo cervello fin da quando si sta riscaldando in campo pratica, pronto ad estrarla sul tee della buca 9. Una domanda capace di parafrasare una intera vita, perché di fatto prepara alla possibilità di fallimento, al dolore di gettare via un risultato, o una gara, di fronte a un problema insolubile.

Sono arrivato a pensare alla buca 9 ieri sera, leggendo il racconto delle recenti Ryder Cup giocate da Rory McIlroy e pubblicato su The Players’ Tribune. Fresco delle emozioni legate alla vita di Arnold Palmer, ben descritta da tutti i giornali, anche i meno appassionati di golf, e pronto a gustarmi l’imminente sfida Europa-Stati Uniti, sono stato portato da Rory dentro la stanza del relax della squadra europea che nel 2012, sotto 10-6 a un giorno dal termine della Ryder, riuscì a compiere la straordinaria impresa di ribaltare tutto e vincere la coppa.

“Tutti gli uomini muoiono, ma non tutti hanno davvero vissuto”.

Il capitano Josè Maria Olazabal ha preso i volti dei suoi giocatori e li ha scossi con l’aforisma attribuito a William Wallace, riuscendo a esaltarne ulteriormente lo spirito di squadra, la capacità di sacrificio e la voglia di vivere una giornata eroica. Un buon bicchiere di Peat Chemney, blend della Wemyss Malts, un Montecristo robusto, gli aneddoti di Rory, questa la mia serata. Si vede che siamo a fine stagione: al mio circolo iniziano i playoff della competizione annuale, una specie di FedEx Cup a tappe organizzata dalla Christian Events. I vincitori volano a Santo Domingo e capirete, da Monteveglio ai Caraibi il salto è grande. La competitività più sana, quella raccontata da McIlroy nel suo articolo, viene allo scoperto e avvolge anche il golfista amatoriale in un sudario di emozioni e desideri senza precedenti.

 

palmer1

Il grande Arnold Palmer, scomparso il 25 settembre.

In fondo, e torno al “re” Arnold Palmer, “il golf è il più grande gioco che l’umanità abbia inventato”. Perché è corpo e mente, un po’ fato e un po’ strategia, è qualità ma anche determinazione. Ti ferisce e ti fortifica. C’è psicologia – vocabolo che utilizzo con enorme umiltà e rispetto – e c’è teoria dei giochi (ma con se stessi). E adesso, alla vigilia della Ryder Cup, emerge in tutta la sua forza la componente del gruppo, quella spesso ignorata perché il golfista è solo contro il campo undici mesi all’anno. Ma il concetto di reciproco supporto, anche in uno sport individuale, sa diventare decisivo nonostante la battaglia sia uno contro uno. Perché? Perché è la testa, la mentalità, a dominare. Un giocatore mediocre ma in equilibrio, concentrato, sereno, avrà sempre uno score migliore di un buonissimo giocatore nervoso, agitato, inquieto. Anche se non lo sa.

Per questo l’Europa ha vinto tre Ryder di fila, nonostante a livello tecnico i pronostici vedessero favoriti gli americani. E per questo alla buca 9 del Monteveglio ogni round occorre “pensare”. Pensare a se stessi, nel senso più pieno di questo termine: il proprio status mentale, le proprie debolezze, gli stati d’animo, le capacità tecniche e corporee. Alla buca 9 non puoi mentire, non puoi prenderti in giro: o ti conosci, sai dove vuoi andare e cosa stai facendo, oppure sei finito. Lì sta l’essenza del gioco e della vita. Una lezione che s’impara sbagliando, mandando tante volte la pallina a schiantarsi sull’ultima sponda del lago, finendo in quel rumore frusciante che apre all’angoscia. “Che colpo farò ora?”. No scusate: “Che colpo sarò costretto a fare, ora?”.

Non è un caso che il golf si sia prestato e si presti tuttora a saggi di tipo psicologico, scritti da guru, dottori ed esperti d’ogni specie, con il tentativo di disciplinare il motivo per cui – di questi tempi più che mai – in una gara in cui partecipano i cinque/sei migliori giocatori non è detto, e spesso non accade, che vincerà uno di loro. Mentre quando inizia la Champions League tutti sanno che ad alzare la coppa sarà una tra Real Madrid, Bayern, Barcellona, Juventus o Manchester City, quando inizia un major nessuno è certo che lo vincerà uno tra Dustin Johnson, Rory McIlroy, Jason Day o Jordan Spieth. Nessuno. Solo quest’anno, Danny Willett ha vinto il Masters e Henrik Stenson l’Open: due ottimi golfisti, ma lontanissimi dal favore dei pronostici.

rory_fedex1

Rory McIlroy esulta dopo avere vinto la FedEx Cup 2016

Qual è il punto? La testa. E siccome il golf è empirico, non mente, e anche la componente sfortuna è parte di un procedimento legato all’azione del giocatore, nessuno sport come il golf è capace di aiutare un uomo nel processo di conoscenza di se stesso, dei suoi limiti, delle sue reali capacità. Non sostituisce un percorso scientifico, ma lo può supportare. Mette tutti davanti al fatto compiuto e al di là delle imprecazioni momentanee, il giocatore impara a sapere – se già non sa – che non può dare colpa all’erba, al bastone, al vento, alla pioggia, alla palla. Solo a se stesso. Per aver sbagliato la strategia, per aver sbagliato l’esecuzione o per aver sbagliato l’aspettativa.

Ed è quest’ultima la vera, grande, nemica dell’uomo. L’aspettativa di realizzare qualcosa o la folle certezza che da quell’aspettativa si erige: quella di ottenere il risultato atteso. Un giocatore che va in campo in quel modo non lotta solo contro il campo ma pure contro se stesso. E quante volte lo fa inconsciamente. Il focus sull’aspettativa mi è stato suggerito da una persona davvero speciale che ho accanto da un anno e mezzo, una persona capace di vedere cose che gli altri non vedono. Successivamente, libri di specialisti ispirati o dedicati al golf, l’hanno approfondito. Mettere a fuoco che è l’aspettativa a creare il circolo vizioso che porta una qualsiasi opera allo sfacelo ritengo sia il passo avanti più prezioso che si possa fare nell’età adulta, perché consente di gestire gli eventi con consapevolezza. La casistica mi dice che le mie gare peggiori sono arrivate dopo la gara migliore (fino a quel momento): la mia aspettativa di ripetere il risultato, o di migliorarlo, o di “essere” finalmente “arrivato” a un qualche traguardo, ha reso il mio approccio sbagliato. Mi spingeva, alla buca 9, a tentare la scelta più aggressiva perché “avendo ottenuto quel bello score, sono in grado/devo giocare in un modo più coraggioso”. Indipendentemente dal mio stato mentale, fisico e di partita in quel preciso e determinato momento.

Invece no. “Osare è fare” ma la creazione di aspettativa affoga la lucidità. Sveglia le “seghe mentali”, in pratica. Attenzione: l’aspettativa non è negativa in sé, nemmeno in campo. Lo diventa se rende il giocatore prigioniero di se stesso e di ciò che si attende dalla sua prestazione. Sia un round di golf, o una mansione di lavoro, o un rapporto sociale. La sua intelligenza, la sua esperienza e le sue qualità debbono agire assieme per creare la soluzione migliore al problema. Come è il problema della buca 9 del Monteveglio, per la quale non c’è soluzione ma c’è ogni volta una-diversa-soluzione. Accettare il momento, ad esempio, può già essere un modo adeguato per approcciarsi al caso. E forse è del tutto normale che poterlo fare con la solidità di una squadra, di un gruppo – come per la Ryder – se il concetto di squadra e gruppo è sentito davvero, aiuti il povero, singolo e solitario golfista prendere una decisione più serena e più lucida. Nei fatti, lo aiuti a ragionare. Ma il traguardo è farlo da solo.

La giornata è finita, una bellissima giornata. E’ finita immersa in questi pensieri, mentre del Montecristo è rimasta solo la cenere. Il gusto, in bocca, dopo questo 27 settembre, è quello delle conquiste avvenute passo dopo passo, non regalate. La felicità, ho letto da qualche parte, non arriva grazie a una vita senza problemi ma grazie alla capacità di riuscire a risolverli.

Che la mente sia con voi, golfisti.

 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...