L’autogol olimpico di Rory McIlroy

Rory McIlroy non parteciperà alle Olimpiadi di Rio de Janerio, e questo lo sapevamo. Ora però Rory ha aggiunto anche una motivazione quasi sprezzante, alla sua decisione di non giocare il torneo olimpico. Frasi che stridono sulla bocca di un grande campione alla vigilia dell’Open al Royal Troon in Scozia.

Quando ho iniziato a giocare a golf, non l’ho fatto per far crescere il gioco o per stimolare altra gente a giocare. L’ho fatto per vincere i tornei importanti

Se una frase del genere l’avesse pronunciata un calciatore famoso, o un cestista della Nba, si sarebbe scatenato un putiferio che al golf – per indole dei suoi praticanti e followers – per fortuna viene risparmiato. Ma la frase di McIlroy resta uno shock, e merita comunque il commento. E’ giusto che un giocatore professionista scelga a quali tornei partecipare e per quanto curioso dal punto di vista popolare, le Olimpiadi possono non essere in cima ai pensieri. Perché pagano poco, in termini di moneta, e perché golf non fa rima con Olimpiadi da un secolo. Ma sostenere che un numero uno mondiale non sia, per il fatto stesso di essere un numero uno, un ambasciatore del suo sport, è semplicemente ridicolo.

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Forse Rory non si sente investito dell’onere e dell’onore di insegnare qualcosa a qualcuno, magari ai più giovani, ma nei fatti il suo ruolo è anche quello di far crescere il gioco e spingere altra gente a giocare. Se lui è quello che è, lo deve anche a chi prima di lui ha contribuito a far crescere il golf. Tiger Woods, Jack Nicklaus, Gary Player, il compianto Seve Ballesteros, avrebbero mai detto una cosa simile?

Oggi molti giocatori rinunciano a Rio (ultimo a tirarsi indietro il nostro Chicco Molinari). Colpa della paura del virus Zika, colpa di un calendario che ha reso difficile per i big incastrare il torneo olimpico in un calendario fitto di grossi tornei. Questo è accettabile. La frase di Rory, non lo è.

Guarderò le Olimpiadi, ma guarderò gli sport che contano: atletica, nuoto, tuffi

Se voleva rendersi simpatico, il nordirlandese ha aggiunto questo ulteriore commento al suo monologo olimpico pubblicato da Golf Digest. Anche Jordan Spieth ha rinunciato, ma ha detto: “La decisione di non andare alle Olimpiadi è stata una delle più dure e difficili della mia carriera”. Altra musica, insomma.

Trent’anni fa, quando il tennis fu reitrodotto alle Olimpiadi a Seul 1988, molti big snobbarono l’evento. Pensare di dover faticare per – forse – vincere una medaglia olimpica non li avrebbe smossi dai loro programmi di allenamento per gli Us Open, dopo aver magari giocato uno stressante e intenso torneo di Wimbledon. Ma oggi, i migliori tennisti professionisti pensano sia un onore rappresentare il loro Paese a Rio. L’augurio è che presto anche i golfisti possano accettare e abbracciare questo pensiero. Nonostante Rory.

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